Indicazioni di un programma di intervento dei Dipartimenti di Salute Mentale per la gestione dell’impatto da epidemia COVID-19 sulla salute mentale

L’impatto globale dell’attuale pandemia da SARS-CoV-2 sulla salute pubblica è senza precedenti. Un
unico paragone può essere fatto con la pandemia del 1918 da virus H1N1, che tuttavia si verificò in assenza
di sistemi sanitari, di welfare e finanziari avanzati e interdipendenti come quelli del mondo occidentale del
terzo millennio. Una pandemia moderna questa, che ha visto rispolverare le strategie della quarantena e
dell’isolamento sociale quali uniche tecniche efficaci di “soppressione” della contagiosità e riduzione della
prevalenza e dell’incidenza dell’infezione al tasso più basso possibile.
È stato osservato che la strategia di “soppressione” per ridurre la contagiosità (R0 < 1) necessita di un
lungo periodo caratterizzato da una combinazione di isolamento dei “casi”, quarantena per i dimessi/guariti,
distanziamento fisico dell’intera popolazione, ma soprattutto di “lockdown”, ovvero di chiusura dei luoghi di
aggregazione sociale e produttiva come scuole, fabbriche, servizi commerciali e di svago sportivo e
culturale.
In aggiunta, per evitare epidemie di ritorno, queste strategie di “soppressione” del contagio dovrebbero
(idealmente) essere mantenute finché terapie adeguate o un vaccino efficace non consentano di controllare
il contagio. Tuttavia, una strategia basata su modalità di quarantena continuativa o a intermittenza
(Fergusson et al., 2020) finisce per avere un impatto rilevante su alcuni bisogni fondamentali delle persone
come l’autonomia decisionale, la mobilità spaziale, il senso di sicurezza fisica, la libertà di contatto con i
cari, e può comportare gravi ripercussioni sull’equilibrio psico-emotivo.
Se da un lato sono stati fin qui raccolti molti dati e ipotizzati diversi scenari epidemiologici e infettivologici
basati su modelli di simulazione epidemica (Fergusson et al., 2020; Verity et al., 2020; WHO, 2020; Halloran
et al., 2008; Mossong et al., 2008), sappiamo ancora poco sul rapporto tra fasi epidemiche, adozioni di
politiche sanitarie (soppressione vs. mitigazione) e impatto psicologico sulle popolazioni. Nel campo della
salute mentale si è fatto raramente ricorso agli strumenti del Public Health Impact Assessment, cioè a quella
combinazione di procedure, metodi, e strumenti di rilevazione per valutare quanto una politica, un
programma o un progetto sociale possa avere effetti positivi sulla salute della popolazione.
Le conoscenze sull’impatto della pandemia sulla salute mentale delle persone sono ancora poche,
parcellari, derivate da esperienze solo parzialmente assimilabili all’attuale epidemia, come quelle che si
riferiscono alle epidemie di SARS, MERS, o Ebola, o basate su ipotesi di possibili quadri sindromici attesi a
partire da congetture cliniche.
Alla luce di quanto esposto è urgente la promozione di un programma di tutela della salute mentale della
popolazione sottoposta a misure drastiche di contrasto all’infezione da SARS-CoV-2 che abbia le
caratteristiche proprie di un programma di promozione di salute pubblica, non limitato perciò a interventi
settoriali di “assistenza psichiatrica”. Un siffatto programma può avere attuazione a partenza dai Dipartimenti
di Salute Mentale (DSM) del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), che per legge e missione hanno lo scopo
di promuovere e tutelare la salute mentale (DPR 10 novembre 1999) dei cittadini, in concerto e sinergia con
le politiche dei Dipartimenti di Prevenzione e le politiche sociali degli Enti Locali e delle associazioni di
volontariato.
Il programma dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:
1) fondarsi su pratiche basate su evidenze scientifiche per una gestione efficace dell’impatto
psicologico della pandemia sulla popolazione generale e sui soggetti a rischio;
2) fornire strumenti e procedure per il monitoraggio e la sorveglianza spazio-temporale dei sintomi di
sofferenza mentale e dei disturbi psichiatrici collegati alla pandemia;
iv
3) promuovere con azioni intersettoriali la salute mentale della popolazione mediante l’adozione di stili
di vita corretti e l’applicazione di tecniche di fronteggiamento (coping) dei problemi psicosociali.
L’azione di sorveglianza e monitoraggio nel tempo va enfatizzata per vari motivi (Holmes et al., 2020):
particolare importanza riveste, infatti, monitorare la frequenza di ansia, depressione, atti autolesivi,
ideazione suicidaria, suicidi e altre condizioni mentali per meglio comprenderne i correlati e i fattori di rischio,
come il peggioramento delle condizioni socio-economiche e l’isolamento sociale.
Il monitoraggio dovrebbe riguardare sia la popolazione generale sia le persone più vulnerabili come gli
operatori sanitari impegnati in prima linea. Il monitoraggio è importante anche per saggiare l’ipotesi che
un’epidemia possa modificare negli anni successivi la prevalenza delle psicosi, in particolare della
schizofrenia (Zandifara & Badrfam, 2020).
Sulla base di queste considerazioni è stato concepito un programma intervento, strutturato, ad uso dei
DSM dell’SSN per la prevenzione e il controllo degli effetti negativi sulla salute mentale dovuti a pandemia
da COVID-19 sulla popolazione generale e sulla popolazione a rischio.

AllegatoDimensione
RAPPORTO ISS COVID-19 23_2020.pdf1.69 MB

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